Perché vale la pena condividere dati e immagini senza limiti?

Perché vale la pena condividere dati e immagini senza limiti?

“We’re here to make these works of art that belong to all people available to them whether they live in China, Australia or Cleveland.”

William Griswold, direttore del Cleveland Museum of Art

Se prima i dati dei musei erano adoperati unicamente per uso interno dello staff e non concepiti come una risorsa condivisibile all’esterno, oggi invece si possono rivelare una leva per coinvolgere in modo diverso il pubblico. Al contrario, se isolati, i dati perdono il loro valore. Solo se questi sono soggetti a integrazioni e interrogazioni, il loro valore aumenta e produce un nuovo tipo di conoscenza condivisa.

Recentemente, per la prima volta nella storia delle istituzioni culturali, i musei possono condividere l’accesso completo alle loro collezioni, a volte di migliaia di oggetti, tramite strumenti che rendono i dati open a chiunque.
I dati si iniziano a rivelare come una vera e propria ricchezza: basti pensare che in Italia circa il 10% di tutti i beni del patrimonio italiano sono stati digitalizzati (Istat, 2015). Pertanto, i dati digitalizzati sono presenti, quello che manca sono i musei che usano soluzioni adeguate per rendere il loro patrimonio utilizzabile. Esempi virtuosi sono diffusi soprattutto negli Stati Uniti. Il Cleveland Museum of Art ha reso accessibili online immagini e informazioni delle sue collezioni affinché il pubblico le usi liberamente (link). Stessa cosa ha fatto il MET: gli utenti possono connettersi, accedere a contenuti e dati con licenza Creative Commons Zero e migliaia di immagini delle collezioni del museo, pronte ad essere usate senza alcuna restrizione (link).

Esperienze che potrebbero e possono ispirare i musei italiani, i quali al momento hanno digitalizzato 9 milioni di beni del loro patrimonio. Ciò che serve sono invece soluzioni tecnologiche che permettano a queste risorse online di essere fruite facilmente.

Ma come condividere i dati e sfruttarli al meglio?

Le istituzioni culturali devono considerare come organizzare e sviluppare le loro piattaforme di accesso ai dati per raggiungere un nuovo pubblico, sia esso composto da esperti o semplici visitatori.

Un sistema molto semplice di condivisione è quello delle Application Programming Interfaces (APIs). Un’API è un insieme di istruzioni che specificano come due software devono comunicare tra di loro. Un esempio è l’API di Google Maps, dove le mappe create da Mountain View sono da immaginare come una libreria aperta che può essere utilizzata da altre app o servizi che necessitano di visualizzare mappe stradali per la geo-localizzazione. Basti pensare alle mappe che spesso possiamo visualizzare sui siti web grazie alle API di Google. Ciò che rende una API valida per la prospettiva dei musei è il fatto che permette agli utenti di richiedere dati all’istituzione museale e fare in modo che questi li ricevano in una forma utilizzabile.

Nel mondo dell’arte uno dei primi musei a rilasciare pubblicamente la propria API fu la Tate Modern di Londra nel 2013, che pubblicò la sua API su GitHub, sito web dove possono essere pubblicati codici da parte degli sviluppatori. Stessa cosa ha fatto nel 2018 il MET di New York. La condivisione pubblica dei dati delle opere permette a ricercatori di accedere a una grande quantità di contenuti e informazioni, ma anche ad altri sviluppatori di integrare i dati e farli fruire tramite nuovi canali: siti web terzi, app, cataloghi online etc. Ad esempio un’azienda o privato che volesse sviluppare una app per guidare i visitatori alla scoperta dei musei della città potrebbe semplicemente far ricorso alle API della Tate o del MET per poter mostrare le immagini delle opere d’arte del loro patrimonio con relative informazioni.

Questi nuovi modi di usare i set di dati sono solo alcuni esempi di come un’API pubblica può permettere un coinvolgimento delle persone con le collezioni d’arte in uno spazio digitale.

Quali i vantaggi per un museo che utilizza un sistema API?

Il vantaggio principale per un museo che adotta un sistema API e lo rende pubblico è la conseguente crescita di canali tramite i quali raggiungere gli utenti finali, far crescere la loro rilevanza in un rapporto di interazione reciproca.

Le API rendono più semplice ed efficiente la condivisione di dati e i processi. In un contesto come quello dei musei e delle istituzioni di ricerca, dove la mission è quella di “conservare e diffondere la conoscenza”, le API sono strumenti ideali per aumentare l’awareness del lavoro fatto e del servizio offerto.

Le API sono quindi una vera e propria rivoluzione in quanto aumentano la connessione tra servizi e operatori, permettendo un’interazione non solo tra software ma, come potrebbe essere nel caso dei musei, tra l’ente e i nuovi pubblici, i nuovi visitatori.
Un secondo motivo, non meno importante, è che sono facilmente monetizzabili. Strategie diverse possono essere utilizzate: da quella pay as you go, alla vendita tramite licenza o tramite abbonamento. Su coMwork a breve verrà rilasciata anche una feature che permetterà ai musei di implementare un sistema API, in modo tale da consentire una condivisione dei contenuti veloce e senza interventi tecnici.

coMwork è al fianco dei musei per aiutarli nel loro percorso di adozione di strumenti digitali. Abbiamo sviluppato uno strumento accessibile per tutti gli enti museali per rendere la gestione delle collezioni e delle attività facile e alla portata di tutti. coMwork è la soluzione all-in-one che rende il patrimonio del tuo museo più visibile grazie all’innovazione digitale!