Metadati, un'opportunità per i musei

Metadati, un'opportunità per i musei

Metadati sì, metadati no. A cosa servono davvero?
Chi lavora in un museo sa bene che oggi le immagini digitali hanno soppiantato le fotografie che un tempo venivano meticolosamente raccolte negli archivi fotografici.
Questi archivi erano organizzati sulla base di alcuni criteri che consentivano di trovare velocemente il negativo o il positivo cercato. Oggi invece le immagini digitali sono spesso archiviate in cartelle e sottocartelle e trovare ciò che serve non è sempre così immediato e facile se le immagini non sono corredate da metadati. 

Lo stesso vale per la pubblicazione delle immagini digitali sul web. Senza metadati i motori di ricerca non hanno modo di trovare e indicizzare immagini pubblicate sul sito del museo, nei post o nei blog, sulle pagine di wikipedia. 

Molto è stato scritto in proposito, c’è chi sostiene che i metadati non servano, altri invece sono del parere contrario. Google in proposito è stato abbastanza esplicito e dal 2012 nulla è cambiato nei loro algoritmi, come ha detto lo scorso anno John Mueller.

Embedded o esterni?
Esistono due modi di corredare le immagini digitali con i loro metadati. Il primo semplicemente allegando un file in formato XML all’immagine digitale, il secondo inscrivendo direttamente i metadati nel codice binario dell’immagine stessa. Questa seconda modalità è simile a quando un tempo si annotavano direttamente sul retro di una stampa o sul telaio di una diapositiva le informazioni importanti, oppure queste venivano raccolte su un supporto diverso dall’immagine che veniva poi allegato all’immagine stessa.

La possibilità di inscrivere i metadati direttamente all’interno dell’immagine offre notevoli vantaggi soprattutto per le immagini che escono dall’archivio del museo, qualunque sia la loro destinazione: un ricercatore, un utente del web, una casa editrice, un altro museo. Questa modalità di “metadatare” le immagini digitali è nata con le immagini digitali stesse, anche se è stata necessaria un’evoluzione dei software e soprattutto degli standard, per poter arrivare alla possibilità di leggere e scrivere i metadati indipendentemente dal tipo di software utilizzato (per chi fosse interessato qui un utile punto di partenza sull’argomento). Un grande contributo è stato dato da Adobe, che ha creato l’Extensible Metadata Platform (XMP), una infrastruttura open source designata per normalizzare e mantenere i diversi formati di metadati. Nel 2004 Adobe ha inoltre avviato una collaborazione con IPTC, uno standard per gli schemi di metadati, che ha portato nel 2005 alla pubblicazione “IPTC Core Schema for XMP” 1.0. Per rispondere alle necessità di chi utilizza immagini nel settore dei Beni Culturali nel 2009 sono stati rilasciati ulteriori elementi che consentono di inserire anche i metadati sull’opera raffigurata nell’immagine.

I metadati sono molto più diffusi di quanto possiamo pensare, e spesso inconsapevolmente ci imbattiamo sul web in immagini che sono state “metadatate”. Vediamone un esempio. Aprendo la pagina di Wikipedia dedicata al quadro “I Musici” di Caravaggio, conservato al MoMa di New York, possiamo, cliccando sull’immagine, accedere alla pagina contenente i dati specifici della fotografia che ritrae il dipinto, compresi i metadati. In questo esempio, come dall’immagine riportata qui sotto, possiamo trovare dati descrittivi (il titolo dell’opera, l’autore), amministrativi (indirizzo presso il quale si trova l’opera, il detentore dei diritti) e i dati tecnici (numero di serie della macchina fotografica utilizzata, lente focale).

Ma quanti tipi di metadati esistono?

Esistono diversi tipi di metadati: amministrativi, descrittivi, tecnici e gestionali. I primi si riferiscono ai dati utilizzati per la gestione e l’amministrazione delle collezioni, mentre quelli descrittivi contengono tutte le informazioni necessarie che descrivono l’oggetto in maniera accurata e precisa; i metadati di tipo tecnico riportano invece le informazioni tecniche quali il formato dell’immagine e la tecnica di digitalizzazione; infine quelli gestionali si soffermano sulle informazioni relative all’uso che è stato fatto dell’opera come può essere la documentazione relativa alle movimentazioni.

Esistono poi moltissimi schemi di metadati per le immagini digitali. Tra gli standard descrittivi certamente lo schema VRA, è quello che permette di descrivere accuratamente le collezioni museali. Ben noto agli addetti ai lavori, ma ancora scarsamente implementato nei software più utilizzati, lo schema si rivela poco utile in quanto un utente comune, una casa editrice o un museo solitamente non sono in possesso di uno strumento in grado di leggere i metadati secondo questo schema. Tra i più diffusi e solidi, come già detto, è invece l’IPTC che nel 2016 ha rilasciato una nuova versione dello standard con un’estensione di elementi anche per le opere e gli oggetti d’arte: il numero di inventario dell’opera, il titolo, l’autore, la datazione e altri campi che possono facilmente essere mappati sui dati di catalogo e integrati.

Per chi volesse approfondire il tema dei metadati si consiglia la lettura – disponibile gratuitamente online – dell’introduzione di Murtha Baca a uno dei suoi testi più importanti sui metadati (Introduction to Metadata), giunto ormai alla terza edizione.  

Qual è il prezzo da pagare?

La trasformazione digitale include diversi costi e la creazione dei metadati e la loro gestione online sono tra questi. Osservando i dati del report Access to Digital Resources of European Heritage di Europeana, si scopre che i musei destinano il 12% del loro budget alla creazione dei metadati e il 7% all’autorizzazione dei copyright, per un ammontare complessivo che raggiunge quasi il 20% del budget a loro disposizione. Tramite coMwork questa voce di spesa può essere ridotta grazie alla possibilità di sincronizzare e importare automaticamente i dati descrittivi della scheda dell’opera nei metadati, senza doverli riscrivere. Si tratta di una funzionalità estremamente innovativa che coMwork ha implementato per agevolare il lavoro di chi gestisce le immagini del museo, non solo in termini di tempo ma anche in termini di efficienza.